Aree interne, Nardone (Futuridea): «Meno abitanti non significa meno Italia». Dieci proposte per salvare i territori
«Le aree interne stanno perdendo abitanti, giovani, servizi e futuro. Ma dobbiamo avere il coraggio di cambiare paradigma: lo spopolamento non significa che un territorio scompare».
È il messaggio lanciato da Carmine Nardone, presidente di Futuridea, che rilancia con forza il tema del futuro dei piccoli comuni e delle aree interne italiane, proponendo dieci misure concrete per fermare il declino demografico, economico e sociale di territori che rappresentano una parte essenziale dell’identità e della ricchezza del Paese.
«Un paese può avere pochi abitanti e continuare ad avere montagne, boschi, strade, sorgenti, campagne, biodiversità e paesaggi da custodire. Quel territorio continua a produrre valore per tutta la collettività e non può essere trattato come se valesse meno solo perché ha meno abitanti».
Da qui la proposta di una nuova politica nazionale per le aree interne.
Primo: cambiare i criteri dei trasferimenti pubblici.
«Non possono essere calcolati soltanto sulla base del numero degli abitanti. Serve una quota legata alla superficie territoriale, alla montuosità, alla distanza dai servizi e alla fragilità del territorio».
Secondo: istituire un Fondo nazionale permanente per le aree interne.
«Non servono interventi occasionali, frammentati e spesso incapaci di produrre continuità. Serve una politica strutturale, con risorse certe e durature».
Terzo: introdurre vantaggi fiscali per chi vive, lavora e investe nei piccoli comuni.
«Chi sceglie di restare e chi decide di investire in questi territori deve essere sostenuto concretamente».
Quarto: cambiare le regole per la scuola.
«Pochi bambini non possono significare nessuna scuola. La scuola non è soltanto un servizio: è un presidio di comunità, un luogo intorno al quale un paese continua a vivere».
Quinto: garantire sanità, trasporti e servizi essenziali anche dove gli abitanti sono pochi.
«Non può esistere un’Italia di serie A e una di serie B. La cittadinanza e i diritti non possono dipendere dal numero degli abitanti di un comune».
Sesto: un grande programma nazionale “RESTO NELLE AREE INTERNE”.
«Casa, lavoro, formazione, credito e incentivi per i giovani che scelgono di restare. E per i giovani agricoltori dobbiamo avere un’ambizione ancora maggiore: “RESTO E COLTIVO”».
Un programma che, secondo Nardone, deve mettere insieme terra, credito, formazione, innovazione e assistenza tecnica.
«Non semplici contributi a pioggia, ma un vero progetto di vita e di impresa. Se chiediamo ai giovani di restare, dobbiamo offrire loro la possibilità concreta di costruire qui il proprio futuro».
Settimo: riconoscere economicamente il ruolo di chi custodisce il territorio.
«Chi mantiene boschi, acqua, paesaggio, biodiversità e territorio rende un servizio a tutta la collettività. La manutenzione della terra non è un’attività marginale: è una funzione fondamentale per la sicurezza e il futuro del Paese».
Ottavo: costruire una nuova economia delle aree interne.
«Dobbiamo puntare su agricoltura di qualità, artigianato, turismo lento, energie rinnovabili, bioeconomia e lavoro digitale. Le aree interne non devono essere considerate territori da assistere, ma territori nei quali creare nuova ricchezza».
Nono: fare dell’innovazione uno strumento di permanenza e attrazione.
«Il digitale può abbattere le distanze e consentire a nuove professioni, imprese e competenze di vivere anche nei piccoli comuni. Dobbiamo portare opportunità dove oggi esistono soprattutto distanze».
Decimo: restituire alle aree interne rappresentanza politica e istituzionale.
«Non si può decidere il futuro di territori senza ascoltare la voce di chi li vive. Le comunità interne devono tornare ad avere peso nelle scelte nazionali e regionali».
Per Carmine Nardone, la questione delle aree interne non può più essere relegata a una politica di compensazione.
«Le aree interne non chiedono assistenza. Chiedono giustizia territoriale. Chiedono di essere messe nelle condizioni di valorizzare ciò che hanno e di costruire ciò che ancora non hanno».
E il punto, conclude il presidente di Futuridea, è soprattutto politico e culturale:
«Il futuro dell’Italia non può essere soltanto nelle grandi città. Meno abitanti non significa meno Italia. Significa che dobbiamo ripensare il modo con cui misuriamo il valore dei territori. E se vogliamo davvero che i giovani restino, dobbiamo finalmente dare loro una ragione per farlo: una casa, un lavoro, una scuola, servizi, terra, credito, innovazione e soprattutto la possibilità di immaginare qui il proprio futuro».
«Il destino delle aree interne non è una questione marginale – conclude Nardone –. Il futuro delle aree interne è il futuro dell’Italia».



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