De Iapinis su strisce blu a Benevento: “il monopolio perfetto, il grande affare a rischio zero”
A parlare è Ambner De Iapinis, ex amministratore della Città di Benevento e già presidente di Confartigianato Campania, che interviene nel dibattito forte della propria esperienza amministrativa e imprenditoriale:
“Non parlo per astio né per filiazione partitica. Parlo per competenza cognita, per aver amministrato, per aver presieduto una categoria, per aver letto piani industriali. E come ebbi a scrivere nel mio precedente intervento, penso di avere i titoli per poter disquisire di questa fenomenologia.
Premetto subito una cosa: l’assessore Cappa, persona di specchiata probità, per il quale nutro stima immutata e che tengo volutamente fuori da questa disamina, è stato lasciato solo a reggere l’urto.
Chi ha masticato amministrazione sa che le concessioni o gare germinano negli interstizi della burocrazia tecnica, nella stesura prodoromica del bando, nei requisiti di ammissione, nei punteggi ponderali. È lì che si determina ex ante l’esito di una gara.
La replica dell’assessore Razzano al dottor Boccalone, per cui i circa 35 milioni di euro di entrate in 15 anni sarebbero lordi, al netto di costi e alee, è un esercizio di tautologia contabile. Lapalissiano. Ha disvelato l’ovvio. Certo che sono lordi e bisogna togliere le spese, mi permetta, è di una banalità disarmante.
Ora sgombriamo il campo con alcuni rilievi.
L’assenza di alea: la rendita monopolista. Alla base di ogni manualistica di economia aziendale vi è il concetto di rischio: Invenduto, concorrenza, insolvenza. Ebbene, quale alea incombe incombe su chi gestisce la sosta a Benevento? Nessuna. Qui il rischio non esiste. È un monopolio perfetto. In economia ci insegnano che un imprenditore rischia: se non vende fallisce. Se ha concorrenza abbassa i prezzi. Chi gestisce le strisce blu a Benevento che rischio ha? Zero assoluto. Siamo dinanzi a un monopolio legale, coattivo, capillarmente cogente. Il cittadino non ha alternativa: o paga o viene sanzionato. Non esiste flessione di mercato, non esiste rimanenza di magazzino. Esiste un flusso di cassa giornaliero, certo, immediato, anticiclico. È il paradigma dell’impresa anelastica.
A fronte di ciò, un investimento di pochi milioni diluito, per di più, in un progetto financing quindicennale. Un orizzonte temporale che ammortizza tutto, persino l’usura dei parcometri. Abbiamo già sperimentato in passato con megaparcheggio e l’ipotesi di porta Rufina, la sindrome delle cattedrali nel deserto: opere fallimentari. Oggi non si edifica più nel deserto, si monetizza il suolo pubblico esistente concedendosi in esclusiva. Socializzare i vincoli, privatizzare la rendita.
Il sofisma del 15 16% lordo o netto? Trapela che al Comune spetterebbe un aggio del 15 o 16%. Ma su quale base imponibile? Qui si gioca l’arcano. Se insiste sul fatturato lordo, parliamo di circa 5,6 milioni di euro su eventuali 35 di incasso. Se insiste sull’utile netto, siamo nel campo dell’evanescenza ragioneristica. Chiunque abbia dimestichezza con bilanci di società concessionarie sa come, tra costi infragruppo, royalties, consulenze, ammortamenti accelerati e prestazioni di servizi della casa madre, l’utile venga sapientemente assottigliato, fino a renderlo irrisorio. Al Comune, in quel caso, residuerebbero mere briciole, un obolo.
A ciò si aggiunga la parcellizzazione occupazionale.
Megaparcheggio e Porta Rufina sono sistemi meccatronici automatizzati, necessitano di mera manutenzione elettronica e di sorveglianza saltuaria dei varchi. Non generano occupazione. Generano reddito. Per chiudere, il valore aggiunto di queste aziende è mostruoso.”




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