Infortunio mortale alla Suime: cordoglio dei sindacati FAI CISL E FILLEA CGIL: basta morire sul lavoro
La FAI-CISL IrpiniaSannio e la FILLEA-CGIL di Avellino e Benevento apprendono con profondo dolore la notizia dei due infortuni mortali avvenuti nella giornata di ieri, 7 ottobre. La prima tragedia si è consumata presso lo stabilimento Suine, in località Apollosa, dove ha perso la vita Antonio, 46 anni, lavoratore di una ditta esterna impegnata in interventi di restyling. Poco dopo è arrivata la notizia di una seconda vittima, un lavoratore di 55 anni, anche lui originario del Salernitano.
Due vite spezzate mentre compivano il proprio dovere. Due lavoratori usciti di casa per andare a lavorare e che non hanno fatto ritorno dai propri familiari, dai propri amici, dai propri cari.
Alle famiglie delle vittime va il nostro più sentito cordoglio e la nostra piena vicinanza. Ci stringiamo inoltre ai colleghi di lavoro, chiamati ancora una volta a fare i conti con una tragedia che non può e non deve essere considerata una fatalità.
Ancora e ancora: tre lavoratori ogni giorno, uno ogni otto ore; un infortunio ogni cinquanta secondi. Numeri che non possono diventare una statistica e che raccontano, dietro ogni cifra, persone, famiglie, affetti e comunità distrutte dal dolore.
Non è più possibile continuare a parlare di fatalità. Quando si verifica un infortunio sul lavoro esistono responsabilità, condizioni e cause che devono essere individuate e rimosse. Antonio e l’altra vittima non sono colpevoli della propria morte. Il lavoro deve dare vita, non toglierla. La sicurezza non è un costo: è un diritto, è una responsabilità, è una vita.
Ogni incidente mortale è un fallimento collettivo. E dopo ogni tragedia assistiamo alle stesse dinamiche: nelle ore immediatamente successive si susseguono dichiarazioni, cordoglio e annunci di nuove misure per ridurre gli infortuni; nei giorni e nei mesi successivi, invece, troppo spesso si torna a fare i conti con carenze strutturali, controlli insufficienti, tempi di lavoro sempre più compressi, appalti e subappalti, precarietà e una prevenzione che non riesce a essere realmente efficace.
Dobbiamo avere il coraggio di dirci le cose come stanno. Se vogliamo davvero ridurre le morti sul lavoro, occorre intervenire sulle cause reali degli incidenti, contrastando l’illegalità e impedendo che la frammentazione delle responsabilità, la moltiplicazione dei subappalti e l’organizzazione del lavoro producano condizioni di rischio sempre maggiori. Occorre agire anche sui tempi di lavoro e di riposo, garantendo che la produttività non venga mai anteposta alla sicurezza delle persone.
Non possiamo inoltre ignorare le scelte normative che, negli ultimi anni, hanno indebolito o rischiano di indebolire l’efficacia dei controlli. Pensiamo agli strumenti che introducono forme di scudo ispettivo, agli obblighi di preavviso e comunicazione preventiva dei controlli, alle autocertificazioni in materia di sicurezza e a una patente a crediti che rischia di intervenire troppo tardi rispetto alla necessità di prevenire gli incidenti. La sicurezza non può essere affidata alla burocrazia né a controlli annunciati: servono prevenzione, vigilanza effettiva e controlli a sorpresa.
Il numero degli ispettori è ancora insufficiente rispetto alla dimensione del fenomeno. Alla prevenzione deve essere affiancata una seria e capillare azione di controllo. È necessario un riordino complessivo della normativa e l’istituzione di un’Autorità che riunisca e coordini le competenze in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
Non possiamo continuare ad assistere, inoltre, alla deresponsabilizzazione di chi ha la reale possibilità di intervenire sui processi produttivi per renderli sicuri. Sempre più spesso vediamo RSPP e preposti chiamati a rispondere di eventi drammatici senza disporre delle necessarie autonomie decisionali ed economiche per poter incidere concretamente sull’organizzazione del lavoro.
E mentre si discute di norme e responsabilità, le famiglie restano sole nel loro dolore. «Vogliamo che venga fatta giustizia, che i colpevoli vengano puniti»: sono parole che troppo spesso accompagnano le lacrime dei familiari delle vittime. Ma la giustizia arriva dopo anni, quando arriva. Il 7 ottobre è iniziato il processo relativo a un infortunio mortale avvenuto il 16 febbraio 2024; la strage di Brandizzo, nella quale persero la vita cinque operai, risale a più di tre anni fa.
Anche per questo, a livello nazionale, il sindacato sta portando avanti la proposta per l’introduzione del Gratuito Patrocinio, a prescindere dal reddito, per i familiari delle vittime di infortuni mortali sul lavoro. Una proposta di legge che ha raccolto il sostegno di tutte le forze politiche e che ora deve essere approvata rapidamente, entro la fine della legislatura. Le famiglie che perdono un proprio caro sul lavoro devono avere la possibilità di essere assistite e di ottenere giustizia senza dover affrontare anche il peso economico di un lungo percorso giudiziario.
Come Organizzazioni Sindacali attiveremo tutte le procedure previste a tutela della salute e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori e continueremo a chiedere che prevenzione e controlli siano garantiti sempre, non soltanto dopo che una vita è stata spezzata.
Dal campo alla fabbrica, dal cantiere allo stabilimento, non possiamo più accettare che il lavoro si trasformi in una condanna a morte.
Ci vuole coraggio, ma nessuna norma potrà mai imporlo. Ogni giorno il lavoro uccide e la responsabilità morale e politica appartiene anche a chi alle parole non fa seguire i fatti. Se una democrazia si fonda sul lavoro e il lavoro è malato, sfruttato e uccide i lavoratori e il futuro dei loro figli, dei loro genitori e dei loro coniugi, allora ad ammalarsi e a morire è anche la democrazia.
La FAI-CISL IrpiniaSannio e la FILLEA-CGIL, insieme alla CGIL di Avellino e Benevento, si stringono con forza ai familiari di Antonio e dell’altra vittima, esprimendo loro vicinanza, solidarietà e sostegno nel dolore.
Due lavoratori sono morti mentre facevano il proprio dovere. Non possiamo limitarci a contarli. Dobbiamo impedire che accada ancora.




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