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Centrosinistra, Costantino Caturano: «Prima il perché, poi il come. Serve ritrovare la speranza»

Una riflessione sul futuro del centrosinistra, sulle alleanze politiche e sulla necessità di ritrovare una visione comune. A intervenire è Costantino Catrano, che in una nota stampa analizza le difficoltà della coalizione e indica nella riscoperta delle ragioni dello stare insieme il punto da cui ripartire:

“Parto da una constatazione semplice: il centrosinistra discute di tutto tranne che dell’essenziale. Si discute del nome, perché il “campo largo” esiste soprattutto sui giornali. Si discute del leader, delle primarie, del peso dell’ala moderata e di quella radicale. I sondaggi, per ora, sorridono: la partita per le politiche del 2027 è un testa a testa. Ma un sondaggio è una fotografia, non un’idea di Paese.

Ciò che continua a mancare è la riscoperta delle condizioni dello stare insieme. Sono da sempre convinto che una coalizione non nasce dalla somma delle sigle, né dal comune avversario. Nasce quando persone diverse per storia e cultura riconoscono un’esigenza comune e si impegnano a darle risposta.

Una buona politica non si limita a offrire semplici soluzioni. Spiega le ragioni ideali per cui quelle soluzioni valgono: alla gente non basta sapere cosa si farà, vuole capire in nome di che cosa. A riguardo mi torna in mente come Ciriaco De Mita intendesse la politica. Ha sempre cercato di spiegare come una coalizione che si regge solo sugli incastri tra sigle è un mercato, mentre una che si regge su pensiero comune è politica. In altre parole, prima le ragioni poi le formule.

Oggi accade il contrario. Il centrosinistra parla spesso il linguaggio dei tecnici, del programma in cento punti, dell’architettura delle alleanze. Ma le persone non vivono di punti programmatici: vivono di fiducia, di appartenenza, di un senso condiviso. Se non si spiega perché stare insieme, ognuno finisce per stare per conto proprio.

Bisogna sempre tenere a mente che oggi viviamo nell’incertezza: lavoro precario, servizi che arretrano, aree interne che si svuotano, una guerra vicina. La paura è un grande collante elettorale, ma divide, chiude, isola. L’antidoto è la speranza, che non è ottimismo di maniera: è la certezza verificabile che i problemi possono essere affrontati e che qualcuno se ne fa carico accanto a te.

C’è poi un vizio che la sinistra e il centro hanno spesso condiviso: l’attrazione per le mete lontane. Le grandi strategie, le svolte epocali, i disegni futuristici affascinano chi li scrive e lasciano indifferente chi aspetta una risposta oggi. Chi attende da mesi una visita medica, chi non sa se la scuola dei figli resterà aperta, chi vede il paese perdere gli ultimi servizi, non chiede una visione del 2050. Chiede che si cominci.

Chi ha esperienza nelle istituzioni locali conosce bene il metodo della buona amministrazione: individuare il problema, ascoltare chi lo vive, costruire la mediazione necessaria, decidere, verificare. Una cosa alla volta, ma portata a termine. È un metodo umile, e proprio per questo credibile. La qualità della democrazia si misura dove i cittadini incontrano le istituzioni, non nei laboratori delle alleanze: la fiducia si riconquista nei Comuni, negli enti, nei servizi, sulle cose fatte, non sulle promesse di cose grandi.

La mediazione non è compromesso al ribasso né spartizione tra correnti. È l’arte alta di tenere insieme interessi diversi dentro un orizzonte di bene comune. Richiede cultura politica, pazienza e il coraggio di dire anche dei no. Un’alleanza che rimanda sempre i nodi per non litigare non è unita, è solo rinviata.

Il centrosinistra ha dunque un compito semplice da enunciare e difficile da praticare: spiegare le ragioni, ridare speranza, scegliere i problemi e risolverli, uno dopo l’altro. Se saprà farlo, non dovrà inseguire il consenso: sarà il consenso a riconoscerlo.

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