Fine vita, l’appello di una figlia: “Servono protocolli più umani e flessibili”

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza della signora Serafina Palmiero, che ha scelto di condividere la propria esperienza emotiva per la perdita dell’amata madre, lanciando un monito affinchè si stabiliscano dei protocolli più flessibili e umani legati al fine vita.
Il dolore di salutare un genitore in ospedale…
Perdere una persona cara fa male. Sempre. Ma perderla in un ospedale, vedendo la situazione precipitare in tre settimane, ha un dolore suo proprio.
È il dolore del tempo che ti viene rubato. Di quell’ora di visita al giorno che devi dividere con fratelli, sorelle, nipoti. Un’ora in cui cerchi di dire tutto, di contenere le lacrime, di trasmettere amore mentre fuori altri aspettano il loro turno. Un’ora che non basta mai.
È il dolore dell’impotenza. Entri in reparto e capisci che qualcosa non va. Lo leggi nei volti, nei monitor, nel silenzio. Ma non hai gli strumenti per capire cosa sta succedendo davvero. E non hai la lucidità emotiva per chiedere, per pretendere, per decidere. Ti affidi. Speri.
Nulla da togliere alla professionalità e all’umanità di medici, infermieri e operatori sanitari che ogni giorno assistono i pazienti con dedizione. Nessun medico ha la sfera di cristallo. Nessuno può dire con certezza quanto resta a un paziente. E questo lo capiamo.
Ma quando le condizioni cambiano, quando il quadro si aggrava, una telefonata può fare la differenza tra un ultimo abbraccio e un rimpianto che dura una vita.
Il pomeriggio prima che mia madre se ne andasse, eravamo tutti agitati — figli e nipoti. L’abbiamo tempestata di telefonate e videochiamate. Volevamo vederla, sentirla, dirle che c’eravamo. Non sapevamo che sarebbe stata l’ultima volta. E non poterle stare accanto negli ultimi istanti è un vuoto che non si colma.
Questa è una riflessione nata dal dolore, rivolta a chi scrive i protocolli, a chi decide gli orari di visita, a chi gestisce i reparti.
Una perdita è sempre una perdita. Ma c’è modo e modo di accompagnare le famiglie.
Forse servono regole più flessibili per il fine vita senza una diagnosi. Perché a volte non c’è un foglio che dice “terminale”, ma c’è un corpo che si sta lasciando andare e una famiglia che ha bisogno di esserci. Forse serve un protocollo che avvisi i familiari quando le condizioni diventano critiche, anche se “non è ancora il momento”. Forse serve solo ricordare che dietro ogni paziente c’è una famiglia che sta perdendo il centro del proprio mondo, un’ora alla volta.
Permettere a una figlia di tenere la mano alla propria madre quando se ne va non è un favore. È umanità. Ed è l’unica cosa che resta, quando tutto il resto finisce.



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