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Guardia Sanframondi, torna VinArte: “Un progetto curatoriale oltre la semplice mostra collettiva”

Per Giuseppe Leone, ideatore e direttore artistico della rassegna, la qualità non dipende dal numero degli artisti invitati, ma dalla capacità di costruire un progetto. A Guardia Sanframondi la XVI edizione di VinArte riafferma un’idea di curatela che rifiuta la semplice giustapposizione delle opere.

Le mostre collettive hanno una tentazione ricorrente che è quella di confondere la quantità con il progetto. Basta riunire artisti diversi, trovare un titolo abbastanza spettacolare e il gioco è fatto. Il visitatore entra, osserva una successione di opere, esce con l’impressione di avere visto molte cose, raramente con quella di avere attraversato un pensiero.

Giuseppe Leone, ideatore e direttore artistico di VinArte, in dialogo con il concept di Vinalia, invece, parte da un presupposto opposto. E lo dice senza cercare formule ad effetto.

“VinArte non è mai stata una collettiva, perché troppo spesso le collettive finiscono per sembrare un elenco di presenze. Qui ogni artista arriva con un proprio progetto e con una propria responsabilità. La selezione nasce da un confronto che dura nel tempo, dalla conoscenza del lavoro di ciascuno e dalla fiducia reciproca. Gli Altari dell’Arte, uno dei progetti della nostra manifestazione, ad esempio, rispondono a questa stessa idea: l’opera non viene semplicemente collocata in uno spazio, ma entra in un luogo che ne modifica la percezione e le impone una misura diversa. Lo stesso vale per i giovani artisti. Non vengono chiamati per rappresentare una generazione, ma perché il loro lavoro è pronto a confrontarsi con quello di autori che hanno già una lunga esperienza. È questo, per me, il senso di una mostra: creare le condizioni perché linguaggi differenti possano restare differenti e, proprio per questo, parlarsi”.

Più che una dichiarazione d’intenti, è una definizione di visione. Leone non descrive un allestimento ma un vero e proprio metodo. La parola decisiva è progetto. In un’epoca in cui molte esposizioni vengono costruite attorno a un tema sufficientemente ampio da contenere tutto, qui il percorso si sviluppa nella direzione opposta. Si parte dalle ricerche degli artisti e solo dopo si cerca il punto nel quale possono incontrarsi. È una differenza meno evidente di quanto sembri. Un progetto curatoriale non serve a spiegare le opere, né a renderle simili, ma serve a mantenere viva la distanza che le separa. Se ogni lavoro dicesse la stessa cosa, la mostra smetterebbe di essere uno spazio critico e diventerebbe un esercizio di stile e conferma. Per questo gli Altari dell’Arte rappresentano da anni uno dei nuclei più riconoscibili di VinArte. Non sono un espediente scenografico, né un omaggio all’architettura sacra. L’altare è, per definizione, il luogo della centralità. Portarvi un’opera significa sottrarla alla neutralità della parete e chiederle di sostenere un confronto con uno spazio che possiede già una memoria, un ritmo, una gerarchia simbolica. L’opera non domina il luogo e il luogo non assorbe l’opera ma entrambi sono costretti a ridefinire la propria posizione – Il dialogo quest’anno è aperto tra Max Coppeta, Amedeo Sanzone, Marco Abbamondi, Ernesto Pengue e lo stesso Leone –  In verità, lo stesso principio governa l’intera manifestazione e si attua in tutti quelli che sono definiti “i luoghi di VinArte”, dalla Sagrestia in cui il Genius Loci e i suoi artisti sono mediatori – con i progetti di Margherita Palmieri e Francesco Garofano – ed al fu Monte dei Pegni che esercita anche una funzione di storia antica rivelando uno scambio – stavolta felice – tra artisti e pubblico, grazie agli interventi del fotografo Luciano Ferrara e delle artiste Mariapia Saccone, Noemi Verdoliva, Stefania Ianniello e Ludovica Buonanno. Le sedi espositive non sono intercambiabili e non funzionano come semplici contenitori, poiché ogni ambiente conserva una propria identità, alla quale il progetto artistico deve misurarsi senza cercare scorciatoie, come dimostra anche Palazzo Marotta Romano, dedicato alla Fotografia e curato da Azzurra Immediato, in cui l’architettura diventa correlativo con i progetti degli artisti fotografi invitati – Pierluigi Fresia, Anna Rosati, Angelo Lanfranchi, Natalino Russo ed Alessandro Caporaso –  È una scelta che rifiuta l’idea, oggi molto diffusa, dello spazio come fondale neutro o come elemento spettacolare, a VinArte ogni luogo torna a essere parte del discorso critico.

Anche il rapporto tra artisti appartenenti a generazioni differenti assume un significato diverso da quello cui il sistema dell’arte ci ha abituati. Non c’è una sezione dedicata agli emergenti, né un’area riservata ai maestri, è qui il senso di connessione e anche sostegno, la convivenza nasce dal lavoro, non dal curriculum anagrafico e in tal senso evita sia la retorica del “giovane talento” sia quella della consacrazione, a VinArte conta il percorso di ricerca, non la posizione occupata nel sistema. In questa prospettiva, Sostegno e Connessione smettono di essere un tema illustrativo e diventa una responsabilità condivisa. Non riguarda soltanto gli artisti, ma anche chi cura, chi allestisce, chi osserva. Una mostra esiste davvero quando ogni elemento continua a mantenere la propria autonomia senza rinunciare alla possibilità del confronto.

Tutto ciò appare come un lascito interessante di VinArte dopo sedici edizioni. Non aver costruito solo un format riconoscibile e ripreso da più parti, realtà e altri luoghi, ma aver difeso un metodo in un momento storico nel quale la velocità dell’evento tende spesso a sostituire il tempo della ricerca. Una differenza sottile, ma decisiva e la ragione per cui questa rassegna continua a essere qualcosa di più di un appuntamento estivo.

 

 

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