Pasquale Basile, fotografia amara della città
Pasquale Basile, un tempo al centro della vicenda cittadina per le sue battaglie e prese di posizione nei confronti del dramma dei senzacasa a favore e anche in altre vertenze di carattere sociale, esprime attravero i social la sua opinione riguiardo agli ultimi accadimenti di corruttela che hanno scosso la città di Benevento. Una riflessione amara sullo stato dell’arte di una città regredita in ogni settore, anche nella lotta e nella rivendicazione delle disparità sociali.
“Dieci anni fa eravamo veramente in pochi ad avvertire e denunciare il rischio di arretramento sociale e culturale che avrebbe affrontato la città con 5/10 anni di amministrazione Mastella. Ricordo gli scontri aperti con l’amministrazione, l’unica realtà sociale ad aver subito uno sgombero forzato dal Comune, che poi gli si rivolse contro.
Questa città ha poca memoria per cui ha dimenticato le lotte sociali dei senza casa contro questa amministrazione, le lotte civiche al rione libertà per gli spazi della spina verde. Questa città tende a cancellare quei pochi sussulti di dignità vissuti dalla stessa. Eppure dieci anni fa esisteva ancora un minimo di tessuto sociale vivo, esistevano comunità reattive alle ingiustizie che riuscivano a tessere relazioni, a fare rete, a costruire autorganizzazione partendo da legami di solidarietà sociale.
Dieci anni sono bastati non solo per cancellarne la memoria ma soprattutto per annichilire totalmente questa comunità. Il problema pertanto non è che benevento non ha un opposizione, benevento non ha un popolo, benevento non ha una società viva. L’attuale amministrazione ne è lo specchio e anche l’opposizione che alle critiche di chi si aspettava maggiore incisività sa solo rispondere indispettita, piagnona e con livore, dando a tutti degli ignoranti.
Vi faccio uno spoiler cari amici dell’opposizione: votano anche gli ignoranti e in qualche modo, se pensano che siete come la forchetta nel brodo, andrebbero convinti del contrario. Farsi forti del consenso dei propri amici e familiari o dei propri dipendenti che si affrettano a commentare sui social diciamo che serve a molto poco.
È un’ovvietà che l’attuale sistema politico non dà alcuno strumento numerico e tecnico alle opposizioni per poter incidere in qualche modo sul livello istituzionale. Ma certo non si capisce come un gruppo di opposizione composto da almeno 4/5 avvocati non abbia avuto modo di avere accesso agli atti in questi anni o come non si siano accorti, che stando almeno alle confessioni di Santamaria, esisteva un sistema di compravendita dei posti di lavoro al comune.
Per non parlare del limite di non saper esercitare il proprio ruolo appieno, a non parlo delle commissioni consiliari a gettone, non parlo delle conferenze stampa ma della capacità di agire il proprio ruolo nella società, nella comunità, nelle contrade, nei quartieri, provando a parlare con cittadini non solo con i soliti noti delle solite quattro associazioni. Non si tratta soltanto di mandare a casa Mastella, qui si tratta di invertire i rapporti di forza nella società, si tratta di ricostruire un tessuto sociale.
Ma da dove si riparte in una città che nel frattempo si è svuotata, rassegnata, assuefatta a una mediocrità che le è stata venduta come normalità?
Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia le macerie. In questi dieci anni, l’emorragia demografica e giovanile ha fatto il resto del lavoro: l’emigrazione non è stata solo una fuga fisiologica in cerca di lavoro, ma una fuga dall’asfissia culturale, dalla mancanza di ossigeno e di prospettive, dal ricatto perenne del favore che si sostituisce al diritto. Chi è rimasto, o chi ha scelto testardamente di tornare, si scontra quotidianamente con una cappa di conformismo e clientele. Il “sistema” si nutre esattamente di questa apatia: se la piazza è vuota e frammentata, il Palazzo decide indisturbato, spartendosi le briciole di un territorio in declino. Non possiamo illuderci che la soluzione arrivi da chi, in questi anni, si è limitato a fare l’amministratore di condominio della minoranza.
L’alternativa purtroppo non si costruisce a colpi di comunicati stampa o conferenze stampa, con i tatticismi in vista delle prossime elezioni o con battaglie puramente formalistiche senza avere un minimo di radicamento sociale. Si costruisce tornando nelle strade, nei quartieri periferici che oggi la politica guarda esclusivamente come bacini elettorali da mungere a ridosso del voto, e non come luoghi di vita e di potenziale rilancio. Penso al Rione Ferrovia, a Capodimonte, allo stesso Rione Libertà, dove l’isolamento individuale ha vinto sulla solidarietà sociale.
Invertire i rapporti di forza significa sporcarsi le mani per ricominciare a praticare il mutualismo. Significa creare e difendere spazi fisici e culturali indipendenti, radicalmente svincolati dalle concessioni o dai favori del potente di turno. Significa smettere di delegare e rieducare alla partecipazione chi ormai crede che il massimo dell’impegno civico sia un commento indignato sui social.
Dobbiamo tornare a parlarci, a fare inchiesta sul territorio, a unire le solitudini di chi non si rassegna al degrado urbano e morale. L’alternativa non può e non deve essere un semplice cambio di guardia tra notabili, o l’ennesima alternanza tra vecchie e nuove cordate di professionisti, dove si ricicleranno anche gli ex mastelliani.
Deve rappresentare una rottura epocale. O questa città ritrova la forza di generare un conflitto sano, di difendere i beni comuni e di fare rete tra le sue intelligenze migliori, oppure il prossimo sindaco, chiunque esso sia, si troverà semplicemente ad amministrare in pace un cimitero silenzioso. E noi avremo perso, forse in modo irreversibile, l’ultima occasione per riprenderci Benevento.”




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