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Il fotografo Alessandro Caporaso tra i protagonisti di VinArte 2026

Il fotografo Alessandro Caporaso tra i protagonisti di VinArte 2026

Ci sarà anche il fotografo Alessandro Caporaso tra gli artisti della XVI edizione di VinArte, in programma dal 4 al 10 agosto 2026 nel centro storico di Guardia Sanframondi, nell’ambito della XXXIII edizione di Vinalia.

L’edizione 2026, ideata e diretta da Giuseppe Leone, è dedicata al tema “Sostegno e Connessione”, un invito a riflettere sul valore delle relazioni, dell’incontro e del dialogo attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea. Un filo conduttore che trova un’interessante corrispondenza anche nella ricerca artistica di Alessandro Caporaso, da sempre orientata a esplorare la luce come elemento capace di mettere in relazione percezione, memoria e immaginazione.

Caporaso prenderà parte alla sezione dedicata alla fotografia contemporanea con una ricerca che trova nella luce il proprio principale linguaggio espressivo. Un percorso nato da un’esperienza intima e personale, che l’autore racconta attraverso un testo capace di spiegare le radici del suo lavor

La mia rivoluzione visiva: dal sogno alla materia della luce

Da piccolino giocavo a strizzare gli occhi nel buio perché mi piaceva guardare le forme che si creavano e la cosa che più mi faceva tenere gli occhi chiusi era il fatto di non riuscire mai a immobilizzare quelle forme al centro del mio sguardo visivo. Le rincorrevo ma risultava tutto inutile, fino a che mi resi conto, all’interno della mia camera oscura, che la luce la potevo fermare a mio piacimento. E se le cellule, durante i sogni, mi ingannavano inviando un segnale elettrico al mio cervello tramite il nervo ottico, io dovevo ingannare la luce e fermarla esattamente come appariva nei miei sogni.

Per annullare, però, i confini tra conscio e inconscio così da rendere reale ciò che non era e non è, presi in prestito dal Surrealismo il metodo fondante per sognare ad occhi aperti cercando di interpretare la realtà spostando il significato di un oggetto, la luce in questo caso, seguendola nelle sue evoluzioni, così da tradurre le immagini visive in qualcosa di concreto.

Iniziai così la mia personale rivoluzione surrealista e se non potevo fermare le forme geometriche che danzavano sul palcoscenico della mia retina, avrei costretto la realtà circostante a muoversi al loro ritmo. La mia macchina fotografica divenne l’estensione di quel nervo ottico ribelle, lo strumento perfetto per catturare l’illusione.

Ogni scatto si trasformò in un tentativo di congelare il flusso. Sfruttando i tempi di esposizione prolungati, capii che la luce non era più un elemento passivo che illumina gli oggetti, ma materia fluida, una vernice fosforescente con cui dipingere l’oscurità. Quello che da bambino era un gioco frustrante di inseguimenti visivi, divenne una tecnica deliberata: quella che oggi viene definita light painting.

La costante delle mie immagini è racchiusa tutta in un unico mantra: sposta e condensa, senza lesinare rimandi alla casualità dadaista. Così la luce, strappata alla sua funzione originaria di pura fisica, diviene uno strumento per indagare la realtà del mio inconscio.

Avevo ingannato il mio cervello, sovrascritto il segnale elettrico delle cellule e finalmente costretto il sogno a depositarsi sulla superficie bidimensionale della realtà. Ero riuscito a svegliarmi tenendo però gli occhi felicemente spalancati nel buio.

“Sostegno e Connessione” secondo Alessandro Caporaso

È proprio attorno ai concetti di sostegno e connessione che si sviluppa la riflessione artistica di Caporaso, condensata nel testo che accompagna il suo lavoro. Un pensiero che supera la fotografia come semplice tecnica e la interpreta come luogo d’incontro tra linguaggi, epoche e sensibilità.

“La storia dell’arte rifiuta la linearità cronologica per farsi struttura simultanea. Si assiste a un vero e proprio collasso del tempo: una linea di continuità concettuale unisce la traccia della mano paleolitica sulla roccia alla smaterializzazione digitale dell’algoritmo contemporaneo.

I maestri del passato non appartengono a una memoria musealizzata e sterile; sono, al contrario, interlocutori attivi in un palinsesto aperto. Quando Francis Bacon decostruisce Velázquez, o quando le avanguardie surrealiste “risignificano” l’iconografia rinascimentale, ci troviamo di fronte a un dialogo vivo in cui il passato si fa linfa fecondatrice del presente. L’arte non subisce mai la storia, ma la fa sua.

L’indagine critica, così, non può prescindere dalla natura intrinsecamente intermediale dell’arte, intesa come superamento dei confini tra le discipline e delle barriere sensoriali. L’esperienza estetica si fa sinestetica: l’astrazione di Vasilij Kandinskij, capace di tradurre l’intervallo timbrico di un violoncello nelle frequenze psichiche del blu, anticipa le odierne contaminazioni tra videoarte, poesia, danza e architettura.

Nel momento in cui la fotografia cattura la luce urbana e la trasfigura in una scia fluida e astratta, assistiamo a un salto quantico: la fisica del fenomeno si connette alla metafisica surrealista della visione. L’arte diventa la soglia in cui mondi antitetici si incontrano e si riconoscono.

L’arte agisce come un ponte teso verso l’altro: un dispositivo estetico e politico per riconnetterci e per ricordarci che non siamo soli nel buio”.

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