Potere al Popolo: il lavoro non può uccidere, basta morti nei cantieri
“La morte ad Apollosa di un operaio edile di 46 anni, originario di Montesano sulla Marcellana, travolto dal cedimento di un muro mentre lavorava in un’azienda della filiera zootecnica, è l’ennesima tragedia che colpisce la Campania.
A pochi giorni di distanza, nel napoletano, abbiamo assistito alla morte di Salvatore Calignano, 61 anni, precipitato da un tetto e successivamente ritrovato gravemente ferito in strada, in quello che, man mano che emergono dettagli, assume sempre più di quello che si dovrebbe definire come “omicidio sul lavoro”, se solo fosse posta in vigore la relativa proposta di legge depositata alla Camera dei Deputati il 19 marzo 2026. Due vicende diverse, sulle quali saranno gli accertamenti a stabilire responsabilità e dinamiche, ma che pongono la stessa domanda: quanto deve ancora costare in vite umane il lavoro in questo Paese prima che la sicurezza diventi davvero una priorità?
A chi ha perso un padre, un compagno, un figlio, un fratello va tutta la nostra solidarietà. Ma alle famiglie delle vittime non bastano le condoglianze pronunciate dopo ogni tragedia. Servono verità, giustizia e soprattutto la certezza che altre persone non debbano attraversare lo stesso dolore, e lo gridiamo ancora più forte oggi che si apre il processo per la morte di Patrizio Spasiano, un ragazzo figlio della Campania di appena 19 anni morto a gennaio 2025 per un tirocinio da 500€ al mese: Patrizio è stato il primo dei 1198 morti uccisi sul lavoro in Italia dell’anno scorso.
Queste morti non possono essere archiviate come fatalità o come inevitabili conseguenze di lavori “pericolosi”.
Non esiste un lavoro che debba essere pagato con la vita.
Il problema è una cultura del lavoro malata, nella quale troppo spesso la sicurezza viene trattata come un costo da comprimere anziché come un diritto da garantire. È una cultura alimentata dalla precarietà, dalla frammentazione degli appalti e dei subappalti, dalla pressione sui tempi e sui costi e da un sistema di controlli che deve essere rafforzato, non indebolito.
Servono più prevenzione e più ispettori, controlli realmente efficaci, anche a sorpresa, responsabilità chiare lungo tutta la catena degli appalti, formazione e dispositivi di protezione adeguati. E serve che chi ha il potere e le risorse per garantire la sicurezza sia messo concretamente nelle condizioni di doverlo fare.
Perché non possiamo accettare che, mentre lavoratrici e lavoratori rischiano la propria vita, una parte del sistema produttivo continui a considerare ogni misura di sicurezza un ostacolo al profitto.
E non possiamo accettare una politica che, invece di stare dalla parte di chi lavora, finisca per assecondare gli interessi di chi considera salari, diritti e sicurezza come variabili da comprimere per aumentare i propri margini.
La sicurezza sul lavoro non è un costo. La vita di una persona non è un costo.
È arrivato il momento di abbandonare definitivamente l’idea, purtroppo ancora radicata, che esistano lavori nei quali un certo numero di morti e feriti gravi debba essere messo in conto.
Un operaio non deve scegliere tra portare a casa uno stipendio e tornare a casa vivo;
Il lavoro deve garantire dignità, reddito e futuro, non può essere il luogo in cui si muore per arricchire qualcun altro.
Ogni morte sul lavoro è una sconfitta collettiva. E ogni volta che accade, insieme al dolore per chi non c’è più, dobbiamo avere la forza di denunciare ciò che non ha funzionato e pretendere che venga cambiato.
Basta morti sul lavoro. La sicurezza non è una concessione: è un diritto.”




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