Mons. Aiello: “A mani giunte per l’Assunta. Avellino ritrovi il suo ‘NOI’ sotto la protezione della Madre”
“Ci sono momenti in cui una coppia, una famiglia, una parrocchia, un paese, una città hanno la possibilità di incontrarsi o di disperdersi”. Con queste parole *Mons. Arturo Aiello*, Vescovo di Avellino, affida alla città il suo messaggio per il “Ferragosto Avellinese” e per la Festa dell’Assunta.
Per il Vescovo quella del 15 agosto non è “una legge del calendario o una semplice scadenza”, ma “una scelta fatta insieme per raccontare una storia”. Un’occasione per “celebrare riannodando vincoli” e non “tranciare i fili che ci collegano al passato, ci rendono uomini, esseri in una relazione.
Quest’anno la festa coincide con il 60° anniversario dell’Incoronazione dell’Immagine dell’Assunta. Nel 1966 fu Mons. Gioacchino Pedicini a porre sulla Statua la corona d’oro, “simbolo di devozione e di legame con la città”. Erano “gli anni del boom economico, della visione positiva della vita”.
Oggi, ricorda Mons. Aiello, “ci sono meno sorrisi e più preoccupazioni, il pericolo della contrazione numerica per la provincia e per la città, un’identità debole ed un senso di appartenenza al territorio molto labile”.
E proprio ai giovani lancia un monito: “I nostri figli cosmopoliti, figli degli Erasmus, che parlano correttamente l’inglese… rischiano di essere apolidi, senza paese, spaesati, senza patria, senza padre né Madre, senza un ‘borgo natio’ cui poter tornare”.
Cosa significa oggi “poggiare la preziosa corona sul capo della Statua”? Per il Vescovo è il gesto di un popolo che si presenta “con il palmo aperto di coloro che chiedono la carità, come un popolo disperso che chiede unità e prospettive per vivere e per sperare”.
“Corona dice regalità ed indica la Madre come Regina. Nelle corti del Settecento c’erano maree di questuanti… Così ci presenteremo alla Madre quest’anno”.
Nell’immagine dell’Assunta, sottolinea Aiello, “non c’è solo un’adesione di fede, ma il simbolo di una intera civitas che vuole innalzare lo sguardo oltre le guerre, oltre gli schieramenti politici, oltre i problemi economici, oltre lo spopolamento dell’Irpinia, oltre la disperazione strisciante che ci accomuna”.
La grandezza dell’uomo, scrive il Vescovo citando Leopardi, è “travalicare, oltrepassare, trascendere le ristrettezze del presente”. E questo “è un atto di coraggio difficile da innescare da soli, è più facile compierlo insieme”.
L’augurio finale è che “credenti e agnostici, vicini e lontani, giovani e adulti scelgano di incontrarsi in questi giorni per celebrare un’appartenenza, per manifestare affetto ai luoghi e alle pietre, per sentirsi comunità avellinese”.
“Anche le mani sono disperse – conclude Mons. Aiello – impossibilitate alla danza, alla stretta con altre mani, all’abbraccio. La Madre ci insegna daccapo il segno della Croce… che si conclude con le mani giunte, unificate, pacificate tra loro”.
Avrà “le mani giunte la coppia, la famiglia, la città, nello stupore di ritrovarsi. Mani nelle Sue Mani”.



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