Comune, Megna: la sicurezza non si proclama, si progetta
Dopo l’aggressione a una giovane donna ieri al corso Garibaldi, la consigliera comunale Giovanna Megna interviene sulla sicurezza: “Basta rabbia social e repressione, serve un progetto di città che ripopoli il centro e costruisca una rete tra istituzioni e terzo settore”:
“Dopo l’ennesimo episodio di violenza su una giovane donna, basta rabbia social e dichiarazioni di circostanza. Serve un progetto di città”.
Ho partecipato il mese scorso alla formazione nazionale di AVS rivolta agli amministratori locali, dal titolo “Le città tranquille. Proposte per un’altra sicurezza urbana”.
In quell’occasione ho avuto la fortuna di ascoltare, tra gli altri, Pietro Colapietro, segretario generale del sindacato di Polizia SILP CGIL, il cui intervento mi ha colpito particolarmente, soprattutto nella parte in cui ha mostrato tutta la debolezza di interventi fondati esclusivamente sulla repressione, tenuto conto anche della scarsità di risorse proprio nelle forze dell’ordine. E’ emerso un dato su tutti: occorre superare la contrapposizione tra prevenzione e repressione e iniziare a parlare seriamente di progettazione.
Sulla sicurezza dei nostri figli e delle nostre figlie non c’è spazio per la demagogia.
Oggi, dopo l’ennesimo episodio di violenza che ha visto coinvolta una giovane donna, a cui va l’augurio di riprendersi al più presto, assistiamo come sempre alla rabbia sfogata sui social e alle dichiarazioni di circostanza.
La politica non può inseguire il consenso a ogni costo: deve avere il coraggio di dire la verità, anche quando è scomoda. Remigrazione e blocco dei flussi non sono la soluzione, perché semplicemente non sono praticabili. Ma neppure si può non gestire la presenza sul territorio di ragazzi, che nel più delle volte sono abbandonati a se stessi o finiscono nel “welfare della criminalità”.
Nessun buonismo, semplicemente il dato di realtà: c’è senza dubbio un problema di gestione dell’accoglienza, di controlli e integrazione. E parte del problema è anche etichettare interi gruppi di giovani sulla base della loro origine, perché questo alimenta la sensazione di essere rifiutati ed esclusi, è come buttare benzina sul fuoco.
Allo stesso modo, non possiamo raccontare la violenza giovanile come riconducibile esclusivamente ai giovani stranieri o di seconda generazione, perché sono numerosi gli episodi, anche recenti, ad opera di ragazzi nati e cresciuti nelle nostre comunità.
Al contempo, dobbiamo abbandonare l’idea di vivere in un’isola felice. La sicurezza non è soltanto assenza di reati denunciati è soprattutto possibilità di attraversare una piazza, frequentare un parco, partecipare a un’iniziativa culturale e tornare a casa senza paura.
Dovremmo iniziare a fare benchmarking con le città che hanno già affrontato problemi legati a immigrazione, baby gang e disagio giovanile. Occorre studiare le politiche adottate e individuare le buone pratiche replicabili per costruire una strategia con obiettivi chiari, risorse e verifiche periodiche. Non agendo in compartimenti stagni, ma tenendo insieme le istituzioni, le associazioni, i servizi territoriali, il Terzo settore all’interno di una rete stabile.
Non possiamo più ignorare che i luoghi fisici determinano il grado di sicurezza e di vivibilità. In un deserto urbano, come è diventato il nostro centro, è più facile che accadano questi episodi. Occorre ripopolare i quartieri, restituendo loro attività, spazi di aggregazione, iniziative culturali, occasioni di incontro e servizi. La teoria dei vetri rotti ci invita a riflettere sul rapporto tra degrado visibile, abbandono e percezione di insicurezza.
La sfida è trasformare la sicurezza da tema emergenziale a progetto di città: una città capace di leggere i problemi nella loro complessità, che interviene con fermezza e al contempo costruisce luoghi di relazione e si prende cura delle fragilità”.





Commenti