La lieve discesa dei prezzi dei carburanti registrata negli ultimi giorni non deve trarre in inganno. Questo il giudizio dell’associazione Codici, che evidenzia che il quadro economico resta fortemente critico e segnato da rischi concreti di una nuova fase inflattiva. La guerra in Medio Oriente sta infatti producendo effetti sempre più ampi, che si estendono dall’energia alla logistica fino ai beni alimentari, con ricadute dirette sui consumatori.
Secondo i dati aggiornati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), il prezzo medio nazionale si attesta per la benzina self a 1,736 euro/litro e per il diesel self a 2,062 euro/litro. Si tratta di valori in calo rispetto ai picchi di inizio aprile (diesel 2,185 €/l), ma ancora significativamente superiori ai livelli di inizio marzo (diesel 1,875 €/l). Il calo, pari a circa -5,6% sul diesel, non è quindi sufficiente a compensare gli aumenti precedenti. Una discesa fragile: il petrolio Brent resta sopra i 100 dollari al barile, mentre il prezzo del gas mostra segnali di nuova tensione. Le quotazioni dei raffinati, in particolare del diesel, sono già tornate a salire. Tali dinamiche indicano che il calo alla pompa potrebbe essere solo temporaneo.
Secondo il Rapporto trimestrale sul mercato del gas dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), il conflitto ha già determinato la perdita di circa 120 miliardi di metri cubi di GNL tra il 2026 e il 2030, pari a circa il 15% delle forniture globali previste. Questo dato conferma che la crisi energetica ha assunto una dimensione strutturale, destinata a incidere sui prezzi anche nel medio periodo. Le stime attuali indicano una inflazione nel breve periodo tra 1,4% e 1,6%, e inflazione annua prospettica tra 2,3% e 2,7%.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno provocando congestione delle rotte alternative, un aumento dei noli fino a +2.500 dollari per container per un incremento del trasporto su strada fino a +10%. Questi costi si trasferiscono rapidamente sui prezzi finali dei beni. Le stime indicano un aumento dei prezzi alimentari tra 0,8% e 1,8%, con rischi di ulteriori rialzi nei mesi estivi, in particolare per ortofrutta, prodotti freschi, filiere refrigerate.
Le previsioni sull’evoluzione dei prezzi non è favorevole, anche nell’ipotesi, oggi poco probabile, di una cessazione immediata delle ostilità, gli effetti economici già prodotti rimarrebbero permanenti con il diesel tra 1,95 e 2,05 €/l e la benzina tra 1,70 e 1,75 €/l. L’inflazione si attesterebbe comunque tra 1,3% e 1,5% nei mesi successivi e la spesa delle famiglie resterebbe su livelli superiori al periodo pre-crisi, con un impatto stimato di 30-45 euro al mese. Nel caso, più realistico secondo molti osservatori, di una prosecuzione della crisi fino all’autunno 2026, lo scenario risulta significativamente più critico con il diesel stabilmente sopra 2,10-2,25 €/l e la benzina tra 1,80 e 1,90 €/l. L’inflazione con rischio di stabilizzazione annua tra 2,5% e 3%. Tuttavia, alla luce dell’evoluzione del conflitto, dei prezzi energetici e delle tensioni sulla logistica globale, una parte crescente degli economisti non esclude uno scenario significativamente più critico, con un possibile ritorno dell’inflazione verso il 4%-5% nei prossimi mesi.
Per i consumatori italiani, ciò significa un aumento strutturale del costo della vita, legato non solo ai carburanti ma all’intera filiera economica. In caso di inflazione al 5%, una famiglia media italiana, sulla base della spesa media mensile ISTAT pari a 2.755 euro, rischierebbe un aggravio di circa 138 euro al mese, pari a oltre 1.650 euro l’anno. Si tratterebbe di una vera nuova stangata sul potere d’acquisto, destinata a colpire soprattutto i nuclei già esposti all’aumento di carburanti, energia, logistica e beni alimentari.