Femminicidio di Pastene, il criminologo Di Giacomo: “evitiamo la parola raptus”
Femminicidio di Pastene, sul grave fatto di cronaca interviene il dott. Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto in fenomeni criminali
Responsabile del progetto Centro Italiano di Analisi Criminologiche
Responsabile del progetto Centro Italiano di Analisi Criminologiche
«Nel delitto di Sant’Angelo a Cupolo, se la ricostruzione investigativa sarà confermata, uno degli aspetti criminologicamente più interessanti non riguarda soltanto il momento dell’uccisione, ma ciò che sarebbe accaduto immediatamente dopo. Il comportamento successivo a un omicidio può infatti contribuire a comprendere la sequenza complessiva dell’azione, senza però autorizzare diagnosi o spiegazioni affrettate».
Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, intervenendo sull’omicidio di Maria D’Alessandro, 75 anni, uccisa nella propria abitazione a Sant’Angelo a Cupolo, nel Beneventano. Il marito, coetaneo della vittima, è ricoverato in gravi condizioni dopo quello che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato un tentativo di togliersi la vita.
Secondo quanto emerso finora, sarebbe stato lo stesso uomo a contattare i Carabinieri dopo il delitto. Movente ed esatta dinamica restano oggetto d’indagine e dovranno essere accertati dall’autorità giudiziaria.
«Uccisione, comportamento autodistruttivo e successiva comunicazione con l’esterno possono costituire, se confermati, tre momenti della stessa sequenza criminologica – osserva Di Giacomo –. Non significa che conoscendo il “dopo” possiamo automaticamente spiegare il “prima”, ma significa che sarebbe sbagliato analizzare ciascuna condotta come se fosse completamente separata dalle altre».
Secondo Di Giacomo, è soprattutto il possibile passaggio rapidissimo dalla violenza diretta contro un’altra persona alla violenza contro sé stessi a meritare attenzione.
«Quando un’aggressione estrema viene seguita immediatamente da una condotta autodistruttiva, può emergere una frattura molto profonda nella percezione del futuro del soggetto. Ma non possiamo trasformare questo dato comportamentale in una diagnosi psicologica o psichiatrica. Prima vengono i fatti, poi eventualmente le valutazioni cliniche affidate a professionisti e consulenti».
Proprio per questo, secondo Di Giacomo, bisogna utilizzare con grande prudenza anche le informazioni relative a un eventuale malessere manifestato nei giorni precedenti.
«Uno stato di sofferenza, anche quando documentato, non costituisce di per sé una spiegazione di un omicidio. Milioni di persone attraversano momenti di disagio senza mai diventare violente. Collegare automaticamente malessere e delitto sarebbe scientificamente scorretto e rischierebbe anche di alimentare uno stigma ingiusto verso chi soffre di problemi psicologici».
Per Di Giacomo, un altro elemento che rende il caso particolarmente complesso è la natura stessa del rapporto tra vittima e presunto autore.
«Siamo, secondo la prima ricostruzione, all’interno di un rapporto di coppia durato probabilmente molti anni. Nei delitti di prossimità la biografia della relazione diventa spesso fondamentale: conflitti, cambiamenti recenti, eventuali condizioni di salute, dipendenze reciproche, timori o fratture nella quotidianità possono assumere significato soltanto se inseriti nella storia concreta di quella coppia. Oggi però molti di questi elementi ancora non li conosciamo».
Di Giacomo invita quindi a evitare l’uso della parola “raptus”.
«È una delle espressioni più utilizzate dopo un omicidio familiare e spesso è anche una delle meno utili. Definire un fatto come raptus rischia di chiudere la domanda proprio quando dovremmo iniziare a porcela. Bisogna invece ricostruire cosa è accaduto nelle ore, nei giorni e, quando necessario, nei mesi precedenti».
«Il comportamento successivo al delitto – conclude Di Giacomo – può offrire elementi importanti per comprendere lo stato del soggetto e la natura della sequenza criminale. Ma dobbiamo mantenere una distinzione rigorosa: osservare un comportamento è criminologia; attribuirgli una patologia senza elementi clinici è semplicemente una supposizione. Sul caso di Sant’Angelo a Cupolo saranno le indagini a dirci molto di più».



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