Tragedia di Pastene, AVS: “La violenza domestica non è un fatto privato, serve una rete più forte”
La tragedia di Pastene, consumatasi nel giorno di Ferragosto, con un uomo che avrebbe ucciso la moglie per poi tentare di togliersi la vita, lascia sgomenti e impone una riflessione più ampia sul tema della violenza domestica.
I contorni della vicenda sono ancora in fase di accertamento e spetterà alla Magistratura ricostruire con precisione contesto e dinamica. Restano però lo sconcerto e l’indignazione di un’intera comunità.
Gli aggettivi “tranquilla e riservata”, utilizzati spesso per descrivere la coppia, richiamano una considerazione importante: l’apparente normalità di una relazione non consente di escludere la presenza di dinamiche di controllo, sopraffazione o violenza.
Il vecchio adagio secondo cui “i panni sporchi si lavano in famiglia” ha troppo spesso contribuito a nascondere e minimizzare la violenza domestica, trattandola come una questione privata anziché come un problema sociale che riguarda tutti.
Le recenti notizie di violenza diffuse dalla cronaca continuano a gettare una luce preoccupante sulla condizione di molte donne anche nel territorio sannita, già segnato da altre tragiche vicende. Il fenomeno coinvolge anche i più giovani, a dimostrazione di come determinati modelli culturali e relazionali continuino a riprodursi tra le generazioni.
Non si può più parlare soltanto di casi isolati, ma di manifestazioni di un fenomeno più ampio.
Per troppo tempo molte donne sono state educate a sopportare e tacere, mentre espressioni come “tra moglie e marito non mettere il dito” hanno contribuito a relegare la violenza domestica nella sfera privata. Il silenzio, invece, può diventare una trappola dalla quale è sempre più difficile uscire.
Da qui la necessità di un cambio di passo. La politica è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità, investendo nella prevenzione e nella costruzione di una rete territoriale capace di intercettare il disagio prima che si trasformi in tragedia.
Servono percorsi di autocoscienza e di educazione alle relazioni, nei quali anche gli uomini siano coinvolti attivamente, imparando a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni e a gestire conflitti e frustrazioni.
Al tempo stesso è necessario rafforzare l’educazione socio-affettiva nelle scuole e potenziare una rete diffusa di servizi che non lasci sole le vittime di violenza fisica, psicologica ed economica.
Nel territorio provinciale, caratterizzato anche dalla presenza di numerosi comuni delle aree interne, Centri antiviolenza e Case rifugio non sono particolarmente diffusi e spesso risultano poco conosciuti. È quindi necessario rendere questa rete più accessibile, garantendo continuità nell’assistenza e una maggiore capacità di intercettare le situazioni a rischio.
Ospedali, medici di famiglia, farmacie, consultori e presìdi pubblici possono rappresentare nodi fondamentali di questa rete attraverso una formazione specifica degli operatori e una capacità concreta di orientare le donne verso i servizi specializzati.
La lotta alla violenza di genere non può essere affidata soltanto all’emergenza, quando il danno è ormai compiuto. Deve diventare una responsabilità permanente delle istituzioni, della scuola, della società e dell’intera comunità.
Perché dietro ogni porta chiusa può esserci una storia che nessuno vede. E il silenzio, questa volta, non può essere la risposta.



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