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«La camorra parla con il fuoco»: l’ex referente di Libera Michele Martino lancia l’allarme dopo i roghi di Airola

«La camorra parla con il fuoco. Non scherza». È questo il messaggio lanciato da Michele Martino dopo i recenti roghi che hanno interessato diversi territori della Campania, da Airola ad Afragola, dove è stato incendiato un bene confiscato alla camorra, fino a Giugliano. Martino invita a non sottovalutare quanto sta accadendo e, pur precisando di muoversi nel campo delle ipotesi, pone una domanda: se dietro episodi apparentemente distinti si delineasse un filo rosso riconducibile alla criminalità organizzata, ci troveremmo davanti a uno scenario particolarmente inquietante?

«La camorra parla con i gesti, con le azioni, con i simboli, incutendo paura e terrore nelle comunità», osserva Martino, ricordando come la criminalità organizzata possa utilizzare determinati episodi anche per inviare messaggi alla politica, soprattutto in momenti di cambiamento degli assetti istituzionali, come quello che sta interessando la Regione Campania.

Nel suo intervento richiama una frase divenuta simbolo del business criminale dei rifiuti: «La munnezza è oro, dottò», alla quale fa eco quella pronunciata anni dopo da un esponente di vertice del clan dei Casalesi: «La munnezza è un grande affare». Espressioni che, secondo Martino, sintetizzano un sistema fatto di intrecci tra criminalità, politica e imprenditoria, nel quale i rifiuti possono trasformarsi in una straordinaria fonte di profitto.

Ma il ragionamento si spinge oltre. Un’emergenza protratta per anni, osserva Martino, rischia di perdere progressivamente il carattere di straordinarietà per diventare un sistema consolidato e normalizzato. E anche le bonifiche successive agli incendi, in questa prospettiva, potrebbero rappresentare un business. «Restando sempre nel campo delle ipotesi», Martino considera possibile che l’emergenza ambientale possa diventare uno strumento di pressione sulla politica, inducendola a prendere decisioni affrettate o, al contrario, a non modificare equilibri consolidati.

Per questo, secondo Martino, i roghi non possono essere considerati «fine a se stessi». «Chiamiamoli pure avvertimenti», precisa, ribadendo però che si tratta di una chiave di lettura da verificare e non di una conclusione investigativa. Una certezza, invece, resta: «La camorra tende sempre a bruciare le speranze dei territori».

Da qui l’appello a non abbassare la guardia proprio quando l’emergenza sembra essere terminata. «Bisogna essere attenti ai silenzi, sapere che qualcosa avviene in queste fasi di spegnimento. Motivo per cui nessuno può spegnere l’attenzione».

La risposta, per Martino, deve essere collettiva. Società civile, istituzioni, Forze dell’Ordine, Magistratura, politica e Chiesa sono chiamate a fare la propria parte. «Le mafie necessitano sempre di complicità e silenzi. È la loro forza maggiore, più delle armi stesse», afferma, richiamando quella «zona grigia dove tutto si incrocia e si intreccia».

Martino invita quindi i cittadini a continuare a mobilitarsi, a scendere in piazza, a presidiare il territorio e soprattutto a denunciare. «Non abbiamo solo il diritto alla parola, abbiamo anche la responsabilità di parlare e di non tacere».

Un richiamo arriva anche alla politica, che secondo Martino deve essere «all’altezza della delicatezza storica del momento», gestendo l’emergenza senza perdere di vista gli scenari futuri. E in questo percorso non manca il riferimento alla Chiesa e all’insegnamento di don Peppe Diana, con l’invito a rendere sempre più forte e incisivo l’impegno per la liberazione, la promozione umana e il servizio alle comunità.

Infine, la responsabilità del voto. Martino richiama Paolo Borsellino e quella «rivoluzione» che si compie con la matita, nel seggio elettorale. Perché le scelte politiche, sottolinea, incidono direttamente sul futuro dei territori.

«Con la “munnezza” di oggi, stiamo decidendo le sorti del futuro della nostra Regione e dei nostri territori», conclude Michele Martino. Un monito che riguarda da vicino anche il Sannio e Benevento: l’emergenza può finire, ma l’attenzione non può spegnersi insieme agli ultimi focolai.

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