“Per amore della mia terra, non tacerò”: Airola davanti alle sue responsabilità
opo il rogo del 31 agosto, il prof. Mario Tirino denuncia trent’anni di degrado, silenzi e connivenze: «La vera speranza sono i giovani che chiedono verità, giustizia e tutela del territorio»
Il 31 agosto 2026 ad Airola non è andata in fumo soltanto un’enorme quantità di rifiuti accumulati all’interno di un’area sottoposta a sequestro giudiziario. Secondo il prof. Mario Tirino, cittadino di Airola, quelle fiamme hanno fatto emergere anche un problema molto più profondo: «almeno trent’anni di bugie, connivenze e malaffare».
A pochi giorni dal devastante incendio, mentre cittadini e associazioni continuano a chiedere risposte sulla bonifica dell’area e sulle possibili conseguenze ambientali e sanitarie della nube sprigionata dal rogo, Tirino sceglie di non limitarsi all’emergenza. Il suo intervento è soprattutto una riflessione sulle responsabilità politiche e civili che, a suo giudizio, hanno contribuito a trasformare nel tempo il volto della comunità.
«Certamente adesso l’urgenza assoluta è ottenere la bonifica dell’area e un monitoraggio bio-sanitario a lungo termine per tutti i cittadini coinvolti dalla nube tossica», scrive. Ma, aggiunge, è altrettanto necessario «esigere che tutte le responsabilità – di azienda, amministrazione giudiziaria, Tribunale, Regione Campania, Comune di Airola – vengano adeguatamente accertate dalla Magistratura».
Il punto centrale della sua denuncia, però, riguarda la comunità stessa. Perché, si chiede Tirino, ad Airola è potuto accadere ancora una volta tutto questo? Perché una parte della cittadinanza ha continuato a tacere anche davanti a quello che viene definito un attentato al futuro e alla salute delle prossime generazioni?
La risposta del professore è netta: «Io so. Tutti – o quasi – sappiamo».
Nel mirino finisce un sistema che Tirino descrive come profondamente condizionato da logiche clientelari, interessi familiari e professionali, bisogno e dipendenza dal potere. Un sistema che, nella sua lettura, avrebbe progressivamente indebolito la partecipazione civica e la capacità dei cittadini di reagire di fronte alle violazioni, al degrado ambientale e all’arretramento della qualità della vita pubblica.
Particolarmente duro è il giudizio sulla classe dirigente locale, definita «la più impresentabile dell’intera Valle Caudina e forse del Sannio». Un giudizio che Tirino collega anche alla gestione dell’emergenza e alle modalità con cui alcuni amministratori si sarebbero presentati sui social e nelle interviste televisive nei giorni del rogo.
Il riferimento è anche al Consiglio comunale straordinario del 7 settembre, durante il quale, secondo Tirino, sarebbe emersa una distanza evidente tra cittadini e istituzioni: da una parte «le facce disperate di attivisti, giovani e meno giovani», preoccupati per il futuro delle proprie famiglie; dall’altra amministratori accusati di ascoltare quelle parole con superficialità e disinteresse.
Tirino richiama quindi una frase attribuita al deputato Francesco Emilio Borrelli: la classe dirigente è anche espressione della comunità che la elegge. Da qui nasce la necessità, secondo il professore, di una riflessione collettiva che non risparmi nessuno.
La sua denuncia procede attraverso una lunga sequenza di responsabilità collettive: ogni volta che un cittadino avrebbe barattato la libertà di pensiero con un favore; ogni volta che avrebbe chiuso gli occhi davanti a una violazione della legge; ogni volta che avrebbe accettato cementificazione selvaggia, industrializzazione senza regole o devastazione ambientale come un prezzo inevitabile.
«Ogni volta che abbiamo detto a chi voleva cambiare, evolversi o anche semplicemente imporre il rispetto della legge che “qua, ha sempre funzionato così”, abbiamo fiancheggiato la rete di potere che tiene in ostaggio Airola», sostiene.
Nel suo intervento trova spazio anche la difesa dell’attivismo civico. Tirino ricorda gli attivisti che, nel corso degli anni, hanno denunciato criticità e chiesto maggiore trasparenza, spesso pagando un prezzo personale e sociale. Tra questi inserisce anche se stesso, ricordando di essere stato definito pubblicamente «quatt’ sciem» da un amministratore.
Per il professore, proprio l’emarginazione del dissenso rappresenta uno dei segnali più preoccupanti. Una comunità democratica, sostiene, non può considerare l’impegno civico, culturale e politico un fastidio da eliminare o, al massimo, da addomesticare.
La riflessione si estende quindi alla politica locale: alle dinamiche familiari, ai cambi di schieramento, alle modalità di formazione delle maggioranze, alla gestione delle cariche e alla partecipazione dei cittadini alle decisioni che riguardano il territorio.
«Abbiamo delegato i nostri diritti politici al sovrano, in nome di un “ci penso io” fuori da ogni dimensione civica e democratica», afferma Tirino.
Il suo è dunque un atto d’accusa, ma anche un invito alla presa di coscienza. Perché il problema, nella sua prospettiva, non riguarda soltanto chi amministra, ma anche una comunità che per troppo tempo avrebbe tollerato, normalizzato o minimizzato determinate dinamiche.
E proprio quando il quadro appare più cupo, Tirino individua però un elemento di speranza: i giovani.
Le manifestazioni spontanee nate dopo l’incendio, la partecipazione di ragazze e ragazzi e la richiesta di verità, giustizia e tutela ambientale vengono indicate come «un seme di speranza» capace di rompere una coltre di ipocrisia e rassegnazione.
«Io so. E non tacerò», ribadisce il professore.
La richiesta politica è altrettanto esplicita: di fronte alla gestione dell’emergenza, Tirino sostiene che chi di dovere avrebbe dovuto presentare «semplici scuse e irrevocabili dimissioni per manifesta incapacità», lasciando la guida della situazione a un commissario prefettizio in grado di affrontare una crisi definita complessa e articolata.
Il messaggio finale è rivolto proprio alle nuove generazioni e alla memoria di Don Peppino Diana, simbolo della lotta civile contro la criminalità e l’omertà.
«Per amore dei miei figli, per amore della mia città», scrive Tirino. E conclude riaffermando la sua scelta: continuare a parlare, a denunciare e a non accettare il silenzio.
«Io so e non tacerò, per rispetto a chi questa terra l’ha nutrita col sudore quotidiano e non con le diossine».
Per Tirino, dunque, il rogo di Airola non può essere considerato soltanto un’emergenza da spegnere. Deve diventare un punto di svolta: l’occasione per accertare le responsabilità, pretendere la bonifica e il monitoraggio sanitario, ma soprattutto per interrogarsi sul modello politico, sociale e civile che ha accompagnato la storia recente del territorio.
Perché, conclude il professore, «l’unico seme di speranza – in difesa della Vita e del Futuro – sono i giovani di questo territorio».
E la sua promessa resta una sola: «Continuerò a non tacere. Mai».



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