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“Robinù”, il docufilm dei baby boss parla anche del carcere di Airola

“Robinù”, il docufilm dei baby boss parla anche del carcere di Airola

8 Settembre 2016 | by redazione Labtv
“Robinù”, il docufilm dei baby boss parla anche del carcere di Airola
Cultura
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VENEZIA – Si chiama Robinù il docufilm che racconta per la prima volta sul grande schermo la storia dei baby boss della Camorra. (ilVelino/AGV NEWS) Milano, 08 SET – “Tu queste cose le devi fare ora. Perche’ cosi’, se vai in galera per vent’anni, esci e hai tutta la vita davanti”. E’ questa la concezione del mondo di quei soldati bambino che a 15 anni imparano a sparare, a 20 sono killer consumati e a 30 spesso non ci arrivano nemmeno. Robinu’ e’ il documentario scritto e diretto dal giornalista e conduttore Michele Santoro che racconta per la prima volta sul grande schermo la storia dei baby boss. Si tratta di giovani, molto spesso minorenni, anche non appartenenti a famiglie camorristiche, che non vedono alternative di vita diverse da quelle che portano a sparare ad altezza uomo, seminare il terrore ed ottenere il controllo a Napoli e dintorni dello spaccio della droga. E allora si uccidono tra loro a colpi di kalashnikov in una guerra che e’ arrivata a contare oltre 60 morti e che i giudici hanno chiamato ?la paranza dei bambini? (e’ anche il titolo del nuovo libro di Roberto Saviano), perche’ coinvolge ragazzi nati quasi tutti tra il 1995 e il 1999.

Presentato Fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia nella nuova sezione non competitiva “Cinema nel Giardino”, il documentario raccoglie così le testimonianze autentiche degli aspiranti boss rinchiusi sia a Poggioreale, nel braccio dei novizi, sia nel carcere minorile di Airola. “Durante le riprese, girate tra Napoli e Scampia, quello che e’ venuto fuori in modo struggente e’ il carattere ambiguo di questi ragazzi”, spiega Santoro alla stampa. “Perche’ mentre la fiction e’ costretta a tipizzare i personaggi, noi abbiamo scoperto che dietro la ferocia criminale, si nasconde un’umanita’ sorprendente. Ad esempio Michele e’ considerato una star del crimine da tutti i suoi coetanei, le donne gli inviano lettere d’amore, ma piange quando parla della madre”. Nel suo documentario, che arrivera’ nelle sale nella seconda meta’ di ottobre distribuito da Videa, Santoro denuncia la totale assenza delle istituzioni.

“Mi chiedo come sia possibile fare finta di niente di fronte a ragazzi giovanissimi che hanno evaso qualunque obbligo scolastico, non parlano italiano, e hanno i denti gia’ devastati dalla droga”. Ma non c’e’ il rischio umanizzare e quindi assolvere dei giovanissimi boss? “Si tratta invece di un’emergenza che continuiamo ad ignorare”, ribadisce Santoro. “Non si fa abbastanza per cambiare il destino di questi ragazzi. C’e’ la convinzione generale che sfuggano a qualsiasi tentativo di recupero. E’ un’ipocrisia che ci impedisce di vedere che a Napoli esiste un welfare criminale che si sostituisce ai pezzi dello Stato, dove i proventi della droga sono l’unica fonte di guadagno di un intero popolo di giovanissimi mandato al macello”.

A collaborare alla realizzazione del documentario anche la sceneggiatrice Maddalena Oliva. “Nelle carceri minorili mancano attivita’ formative capaci di produrre in questi ragazzi cambiamenti positivi. La rivolta nel carcere di Airola di qualche giorno fa, e’ la dimostrazione che dentro, come fuori, i baby boss continuano a farsi la guerra per dimostrare chi e’ il piu’ forte”. Il giornalista regista si augura infine che il documentario possa essere trasmesso dalla Rai. “Il nuovo gruppo dirigente Rai è sensibile, attento e colto ma e’ come se fosse piegato ad una logica della rappresentazione del reale ordinata, pedagogica, ispirata ai buoni sentimenti, bisogna invece fare un atto coraggioso anche queste realtà. Ma il mio più grande sogno è che il pubblico si impadronisca di questo film e gli dia lo spazio di mercato per farlo vivere”.

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