Le differenze sostanziali tra il modello dell’Ulivo di Romano Prodi e il contemporaneo “campo largo” risiedono nella natura stessa della coalizione, divisa tra l’ambizione di un progetto riformista e inclusivo e una logica puramente contrattualistica e di sopravvivenza elettorale.
L’analisi delle dinamiche in vista delle prossime tornate elettorali politiche e amministrative evidenzia fratture profonde che stanno ridisegnando gli equilibri del centrosinistra.
A quasi trent’anni dalla storica discesa in campo di Romano Prodi, il centrosinistra italiano si interroga nuovamente sul proprio perimetro e sulla propria identità. Eppure, l’attuale formula del cosiddetto “campo largo” – il perimetro di alleanza promosso dal Partito Democratico di Elly Schlein – sembra aver smarrito l’anima, il metodo e la visione di quell’esperienza fondativa. La distanza tra le due visioni è abissale e si riflette sia sulle future strategie per le elezioni politiche, sia sulle complesse – e spesso litigiose – alleanze nei comuni.
L’Ulivo prodi-fioroniano nacque come una narrazione popolare. Un’alleanza tra forze diverse (dai popolari ai progressisti, passando per i Verdi) che si metteva in cammino con un programma condiviso e una forte spinta identitaria. Il collante era una visione riformista e di governo del Paese, volta a unire il centro e la sinistra in un’alternativa credibile. Il “campo largo” contemporaneo, invece, somiglia più a un’alleanza contrattualistica. Manca una sintesi programmatica omogenea e a prevalere è spesso la somma algebrica delle singole forze politiche.
Il collante, sovente, non è una comune visione del futuro, ma la volontà di arginare la coalizione di centrodestra.
Guardando alle prossime elezioni politiche, questa differenza di fondo si traduce in uno stallo sulla leadership e sul posizionamento. L’Ulivo aveva un leader indiscusso e una vocazione maggioritaria. Il campo largo fatica a definire il proprio candidato premier, con il leader del M5S Giuseppe Conte che spinge per forzare i tempi, mentre il PD è costretto a un difficile equilibrio nel competere sia al centro che a sinistra. Senza un’anima comune, il rischio di una frammentazione, paventato da molti analisti demoscopici come Roberto Weber (Istituto Ixè), resta alto in vista della competizione elettorale.
Se a livello nazionale si discute di massimi sistemi, è nei territori che il “campo largo” mostra i suoi limiti strutturali.
Alle recenti tornate amministrative, il centrosinistra si è spesso presentato diviso e litigioso. Mentre l’Ulivo riusciva a imporre una coalizione organica in gran parte dei comuni italiani, il campo largo locale si scontra spesso con veti incrociati e “geometrie variabili”:
Nei grandi capoluoghi non è raro che il PD e il M5S minaccino di correre in solitaria, oppure che frange centriste e riformiste scelgano candidati alternativi, rendendo l’alleanza impraticabile.
L’Ulivo si distingueva per una chiara cultura amministrativa condivisa. Oggi, invece, l’alleanza territoriale vede spesso contrapposte la sinistra massimalista e anime più populiste o moderate, rendendo difficile l’elaborazione di progetti di governo unitari e stabili per le città.
Il “campo largo” si trova oggi a un bivio: continuare a essere un cartello elettorale basato sul pragmatismo (o sulla necessità), oppure tentare di evolvere in un nuovo, vero Ulivo, capace di generare entusiasmo popolare e un programma di riforme condiviso. Gli elettori di centrosinistra chiedono da tempo un’alternativa strutturata e credibile. La risposta, tuttavia, non potrà prescindere da una profonda riflessione sulla direzione intrapresa, pena il ritorno a una frammentazione che da sempre favorisce gli avversari politici.