Fra le tante cose che secerne il mondo dei social qualche volta è possibile anche imbattersi in una analisi lucida e quanto più avulsa possibile dalla congerie dei “blocchi contrapposti” che si danno battaglia ormai tutti i giorni. Andando a spulciare balza all’occhio quella di Giuseppe Pancione che è stato a capo del settore Ambiente di Confindustria Benevento dall’ottobre del 2022 al febbraio di quest’anno.
Pancione fa riferimento allo striscione affisso lungo la siepe che fronteggia il Comune che a suo avviso è molto più di una protesta, “è lo specchio perfetto della Benevento di oggi.” Pancione parla di “città piegata, sbiadita, senza più forza”. Un’analisi cruda che coinvolge l’intero sistema produttivo, i suoi gangli vitali, le sue interconnessioni che stanno “nella parte invisibile della città”, quella di sotto con le sue inconfessabili consorterie. E poi prosegue
“Un’amministrazione che, davanti a domande legittime, sceglie il silenzio invece delle risposte. Un sistema che per anni ha preferito l’equilibrio comodo alla trasparenza. E intorno? Associazioni di categoria sostanzialmente irrilevanti, come se l’inefficienza e la paralisi dell’apparato burocratico comunale non incidessero direttamente sulla vita delle imprese. Eppure, ritardi nelle autorizzazioni, aumento dei costi indiretti e perdita di competitività del tessuto produttivo locale sono conseguenze evidenti. Nonostante questo, non si registrano prese di posizione strutturate né iniziative concrete: un silenzio che appare più come adattamento agli equilibri esistenti che come volontà di riformarli. Sindacati, allo stesso modo, pressoché assenti dal dibattito pubblico.
E un’opposizione che oggi prova a recuperare un ruolo, ma sconta scelte politiche precise. La costruzione del cosiddetto “campo largo”, infatti, ha contribuito a consolidare gli attuali equilibri di potere sul territorio, invece di metterli realmente in discussione. Una strategia che non ha rafforzato l’alternativa, ma ha finito per alimentare disaffezione e astensione tra i cittadini, indebolendo ulteriormente il confronto democratico. Oggi, chi allora ha sostenuto o reso possibile quell’impostazione, si trova a denunciare un sistema che però, in parte, è anche il risultato di quelle scelte.
Non è un caso che oggi si stia scoperchiando quello che, più che un episodio isolato, appare come un sistema strutturato. E non è il risultato di una battaglia politica, né dell’azione delle associazioni o dei corpi intermedi. È, piuttosto, il frutto del coraggio individuale di un professionista che ha deciso di non accettare più determinate pressioni e di esporsi in prima persona. In un contesto del genere, ci si sarebbe aspettati una presa di posizione forte e visibile, avrei voluto vedere uno striscione chiaro, netto, con scritto semplicemente :solidarietà a chi denuncia e prova a spezzare un meccanismo che soffoca la città.
In un contesto del genere, sarebbe stato legittimo attendersi una risposta concreta anche da parte degli ordini professionali, ingegneri, architetti, geologi, geometri. Non solo sul piano delle dichiarazioni, peraltro assenti, ma attraverso strumenti operativi e misurabili, come la costituzione di un fondo di sostegno a favore di chi decide di esporsi, affrontando costi personali e professionali significativi. Perché non si tratta di una vicenda individuale, ma di una questione che incide sull’intero sistema professionale ed economico del territorio. Ignorarla, o ricondurla a un caso isolato, significa perpetuare quel contesto di ambiguità e rimozione che negli anni ha contribuito a consolidare criticità oggi sempre più evidenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città ferma, sfiduciata, che si svuota mentre i giovani continuano ad andarsene. Non è più rabbia. È qualcosa di peggio: rassegnazione. E forse è prooprio questa la sconfitta più grande.”