Riceviamo e pubblichiamo un contributo del professor Nicola Sguera, che interviene nel dibattito sulle nuove Indicazioni nazionali per i Licei predisposte dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Sguera, docente e autore di numerose pubblicazioni, sarà domenica ad Altamura tra i finalisti del concorso letterario “Demos” con un racconto inedito. Il prossimo 14 giugno sarà inoltre a Certaldo per ricevere un primo e un terzo premio nell’ambito del Premio Internazionale di Filosofia Le figure del pensiero, promosso dall’Associazione Professionisti Pratiche Filosofiche, per il romanzo Un abisso tra noi, dedicato alla relazione tra Martin Heidegger e Hannah Arendt, e per il saggio dedicato all’aforisma “Sii invidiato e non invidiare”.
“Mi permetto di intervenire sulla discussione in atto relativa alle “Indicazioni” che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha inviato alle scuole perché fossero discusse prima di essere varate in maniera definitiva.
L’argomento è vasto e proverò a essere schematico, ma non manicheo, facendo rilevare luci e ombre, rischi e potenzialità.
Il MIM ha rilasciato alla fine di aprile le “Indicazioni nazionali per i Licei”. Per la prima volta le “Indicazioni” sono state inviate specificamente anche ai rappresentanti delle Consulte studentesche. Il Ministro le adotterà ufficialmente solo al termine del percorso di ascolto della comunità scolastica.
Tale ascolto, in realtà, si risolverà in discussioni abbastanza superficiali e nella redazione di un questionario che sarà curato (sempre per lo più: absit iniuria verbis!) da management e middle management che negli anni si sono sempre più adeguati ai desiderata europei e nazionali (al di là di solo apparenti divergenze ideologiche: il “pilota automatico” deve funzionare a ogni livello dell’apparato), quindi quasi sempre privi – ontologicamente – di spirito critico (nel senso etimologico della parola).
Le precedenti “Indicazioni” furono varate dal Berlusconi quater, ministra Gelmini. Furono una novità importante e con risvolti positivi (questo ovviamente non inficia il giudizio severissimo su quel governo, su chi lo presiedeva e su chi ricopriva il ruolo che fu di Francesco De Sanctis in altri anni). Finalmente si chiudeva in maniera definitiva con il feticcio dei “Programmi”, conferendo al docente una grande libertà di progettazione (o programmazione: il “pedagogese” è una lingua difficile da imparare e in rapido mutamento).
Io personalmente le ho abitate bene, dismettendo un po’ alla volta (ormai da quasi quindici anni) l’uso del “manuale” (altro feticcio), attirandomi l’odio imperituro di rappresentanti (anche qui con magnifiche eccezioni) e di qualche libraio rancoroso. Purtroppo sono stato una specie di giapponese che ha combattuto la sua guerra solitaria. Ma va bene lo stesso. Rispetto sacralmente scelte diverse.
Quali sono le novità apportate dalla proposta odierna? Emerge con chiarezza che le proposte 2026 non sono una semplice revisione tecnica delle “Indicazioni” del 2010 ma un cambio di impostazione culturale e didattica. Il lessico, le priorità formative e la visione del liceo (in particolare classico) risultano profondamente ridefiniti.
Si passa da un impianto prevalentemente centrato sulle “competenze” a un ritorno forte della trasmissione culturale, della centralità dei contenuti, dei testi e della tradizione storica occidentale. La storia politica viene esplicitamente riaffermata come asse portante dell’insegnamento, contro una frammentazione dispersiva in microtemi e specialismi. Parallelamente, si insiste molto sulla necessità di evitare il nozionismo e l’“infarinatura”: meno accumulo, più profondità, più interpretazione, più capacità di argomentare.
In filosofia emerge una doppia possibilità metodologica molto interessante: accanto al tradizionale percorso storico-diacronico viene finalmente riconosciuta dignità anche a un approccio tematico, per problemi, questioni, nuclei concettuali. È una novità importante: si avvia un percorso che sarà lento di integrazione e/o superamento di una prospettiva esclusivamente “storicistica” (che pure va rispettata in quanto radicata nella specificità della cultura italiana, nel “pensiero vivente” di cui scrisse Roberto Esposito).
Va inoltre segnalata un’altra apertura significativa: l’esplicito invito a inserire nel percorso filosofico figure femminili — da Ipazia a Simone Weil. Si tratta di un tentativo apprezzabile di incrinare una lunga invisibilità storiografica e scolastica.
Molto significativa anche l’introduzione esplicita dell’intelligenza artificiale nella riflessione didattica. Non solo come strumento tecnico, ma come oggetto critico di discussione.
In storia, le “Indicazioni” valorizzano persino l’uso della storia “controfattuale” — pratica che personalmente considero assai feconda se usata con rigore — come strumento per comprendere meglio il rapporto tra causalità, contingenza e processi storici, sottraendo gli studenti a ogni visione deterministica del passato (cosa sarebbe accaduto se Garibaldi non avesse “consegnato” il Sud a Vittorio Emanuele II? Ci ho scritto anche un racconto!).
Nel complesso, il documento tenta di restituire al liceo una funzione culturale forte e meno burocratico-procedurale rispetto agli ultimi decenni. Naturalmente ciò apre anche interrogativi e rischi, perché ogni ritorno alla “tradizione” può facilmente scivolare in irrigidimenti identitari o in selezioni ideologiche del canone. Ed è infatti su questo terreno che si stanno concentrando le polemiche più accese.
Fermo restando che la discussione è assai positiva, anche quando è aspra, pur essendo sideralmente lontano da questo governo (credo di non dover mostrare patenti in merito), pur vedendo in filigrana quell’operazione che gramscianamente viene definita dai critici — tra cui Massimo Cacciari — un tentativo di “egemonia culturale”, ho apprezzato le parole pacate di Loredana Perla, presidente della Commissione (con nomi autorevoli: Edoardo Massimilla lo conosco di persona), che ricorda come le “Indicazioni” siano, appunto, indicative, lasciando ampia libertà al docente.
E qui io colgo, soprattutto per la filosofia, un nuovo spazio di libertà da occupare: nelle “Indicazioni” del 2010, infatti, si stabilivano autori e correnti obbligatorie per il biennio (terzo e quarto anno), tra cui Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Kant, Hegel. Oggi, invece, si fanno elenchi specificando che sono “esempi”. Bene! Invito i miei colleghi, dunque, a essere “furiosi” e creativi.
Le due critiche più severe.
Per la storia: non aver avuto il coraggio di far partire l’ultimo anno dal secondo dopoguerra, per consentire una conoscenza reale della seconda parte del XX secolo e arrivare quanto meno agli anni Dieci del XXI. Se tutto va bene, quasi tutti noi “arriviamo” agli anni Sessanta (quando nascevamo noi…).
Per la filosofia: non aver avuto il coraggio di indicare, tra gli esempi, autori della seconda metà del Novecento o del nuovo millennio. Il “canone” (suggerito) è sostanzialmente immutato rispetto al 2010, pur essendo passati quindici anni. Anche qui ci vorrà coraggio individuale. Sarebbe bello che le singole scuole avviassero nei propri Dipartimenti discussioni serie sull’argomento, creandosi canoni quanto meno condivisi al proprio interno. Quello dovrebbe essere il vero luogo della proposta e della sperimentazione, calata nella storia dei singoli Istituti, nella loro feconda specificità.
Riflessione amara e conclusiva: le “Indicazioni” saranno l’ennesima manna per le case editrici. E saranno loro, purtroppo, a decidere cosa e come si insegneranno storia e filosofia nei prossimi anni. Perché c’è spesso nel corpo docente una sorta di rassegnazione. E c’è un detto sannita molto suggestivo che, tradotto, recita più o meno: «Attacca l’asino dove vuole il padrone». Alcuni la chiamerebbero “resilienza”. Talvolta rischia di essere quieto vivere perché «resistere non serve a niente».
Delle derive della scuola sto scrivendo – anche narrativamente – sul mio blog: https://nicolasguera.blogspot.com/ per chi volesse leggere ancora.
C’è sempre, però, un residuo di speranza. Io abiterò il mio ultimo decennio da insegnante continuando a incunearmi negli interstizi del sistema. Fallirò, come sempre. Riproverò. Fallirò meglio. Da bravo interista”.